Per me il combattimento si può definire come «una spiacevole esperienza emotiva»; quando parliamo di sport tutto è differente.

             Banzai: La sua opinione sui Kata?

             Urban: Ah, i kata! I kata sono una cosa bellissima: rappresentano un combattimento di fantasia, sono come i piani di un edificio, e ne abbiamo bisogno per lo stesso motivo. Un’edificio può essere un monumento grandioso, ma per metterlo in opera abbiamo bisogno dei piani, che non ne danno che una minima idea eppure lo rappresentano. Con i kata noi sviluppiamo le nostre abilità che pio possiamo applicare in combattimento. I kata sono come i dizionari del Karate, combattere è come parlare.

             Continuando con questo paragone, si può anche spiegare perché certi odiano i kata ed hanno difficoltà colla lettura perché in realtà hanno paura di imparare; così quelli che hanno difficoltà coi Kata in realtà hanno paura di combattere.

             Banzai: per kata lei intende quelli tradizionali o ammette anche quelli «creativi» come spesso si vedono negli States?

             Urban: Ah, voi europei! Sempre legati e pronti a venerare il passato! Ma il Kata migliore ha ancora da venire! Oggi un bambino che legga un libro sull’elettricità viene a saperne di più che non Beniamino Franklin in tutta la sua vita!

La cosa mi ha colpito profondamente, e non ho potuto far altro che rispondere che da quanto mi constava, secondo le regole del Bushido, il Giappone non avrebbe mai potuto essere sconfitto in guerra.

             Oh! grande scompiglio! Il vecchio è terribilmente sconvolto. Allora io, prendendo un coltello, ho fatto per tagliarmi un dito, secondo le regole del Bushido, per aver sconvolto il mio Maestro: è stato un figlio: Goshi a fermarmi. Due giorni dopo venivo invitato a lasciare il Dojo, dove vivevo, e da allora non ho più visti. Non avevo voglia di cambiare la mente del Gatto, e da allora ho smesso di pensare e comportarmi come un Giapponese ed ho accettato il mio destino.

             Banzai: Da allora ha avuto contatti con Gosen Yamaguchi?

             Urban: Più nessuno, come se fossi morto. Io gli ho sempre scritto, e mandato gli auguri, ma lui non mi ha mai più risposto. Io credo che questo sia anche per istigazione del figlio. Gosei mi odia: perché io sono il figlio spirituale di suo padre. Il padre passava delle ore in palestra a insegnare dei Kata a me solo mentre il figlio non voleva accettare l’eredità di famiglia.

             Seconda la tradizione, il figlio diventerà caposcuola alla morte del padre. Succede sempre così: è successo con Kano nel Judo, e succede con Ueshiba nell’Aikido. Ma il figlio per un sacco di tempo non ha voluto saperne. E’ scappato in Europa ed hanno dovuto andarlo a cercare, ha sposato un’americana, solo ultimamente ha accettato. Poi tutti e due, padre e figlio, ce l’hanno con me perché ho pubblicato un libre. Anche loro dopo ne hanno pubblicato uno, ma il libro del figlio non può neppure paragonarsi al mio.

             Urban si alza e torna con una specie di pastorale: è un’arma che ha inventato lui stesso e somiglia vagamente ai TUYA filippini. Pur nella sua semplicità è estremamente funzionale: piccoli dettali (una fessura alla punta, un pezzo di spago legato vicino) ne moltiplicano le possibilità d’uso e la micidialità. Urban ci spiega parte della tecniche d’uso.

             Poi, per noi, acconsente a dimostrare alcune tecniche, sia senz’armi che colle armi. Dopo un periodo di lavoro è abbastanza affaticato, ed esegue un kata respiratorio per «raccogliere energie dell’aria». La caratteristica respirazione «Ibuki» fatta da lui è veramente qualcosa di impressionante: porta di energia e potenza.

             Un sorriso, uno sguardo degli occhi profondi, una rapida scossa ai capelli, ed Urban torna a noi: il tempo scarseggia, dobbiamo andare al Palazzetto per assistere alla Coppa U.S.A.G.A. di cui Urban è l’ospite d’onore. C’è tempo solo per un’ultima domanda.

             Banzai: Cosa ne pensa dell’Italia?

             Urban: A volte anch’io sono italiano: dipende dalla musica e dal cibo.

 

di CLAUDIO REGOLI

foto di

FRANCESCA NARDI

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II PUNTATA

 

La giornata è calda, ed il thé ghiacciato offe  rtoci dal Maestro Urban è veramente bene accetto. Il tempo di cambiare bobine al registratore e di fumare una sigaretta e continuiamo colle domande.                     Peccato che una pagina scritta non possa dare che una pallida idea del personaggio o delle sue risposte. Ora più rilassato e più disteso, Urban dimostra sempre più la sua grossa personalità: non si accontenta di rispondere colle parole. Ogni suono è studiato per dare maggiore espressione alle sue frasi e il tutto è accompagnato da una mimica mobilissima e da gesti che parlano della lunga educazione orientale di quello che fu l’allievo prediletto di Oyama e Yamaguchi.

Banzai: Qual’è, Maestro, la sua opinione sul Full Contact?

Urban: Quello che oggi viene chiamato Full Contact non è full contact: non esiste. Il vero full contact è senza protezioni, nel combattimento da strada: con i pugni nudi contro la carne e le ossa. Lo sport attualmente chiamato Full Contact dovrebbe essere chiamato più giustamente Full Effort (a sforzo pieno), ma è appunto    uno sport, non un vero combattimento.

Banzai: Può raccontare ai nostri lettori qualche storia sull’introduzione del Karate negli U.S.A.?

Urban: Ce ne sarebbero tante da raccontare! Comunque posso dirvi che uno dei primi praticanti di Arti Marziali negli States fu Teodoro Roosvelt, un presidente, che fece venire dal Giappone forse il primo istruttore di Ju Jitsu. Io invece, sono stato il primo ad introdurre il Goju.

Banzai: E’ qule è stata la reazione del pubblico?

Urban: Non è tanto quella del pubblico che conta, ma quella degli altri! Per questo Urban è disprezzato e combattuto, perché ha rovinato gli affari! All’epoca il Karate era qualcosa di misterioso e segreto. Io ho sempre pensato che semplificare sia meglio di

Urban si alza e ritorna con una statuetta di Sant’Antonio da Padova, un santo a cui, come spiega, si sente molto legato e comincia a spiegarcela: vi è il Santo (oggi) il libro che tiene in mano è il passato, il bambino è il futuro e quello che il bambino tiene in mano il futuro del futuro; questo per introdurci una delle sue massime preferite: RISPETTA IL PASSATO, VIVI ADESSO, PIANIFICA IL FUTURO.

             Occorre fare dei piani e pio agire in modo da realizzarli (plan some acts and act those plans) solo così si può progredire e realizzare qualcosa.

Banzai: Cosa ne pensa dei Tameshi Wari (tecniche di rottura)?

             Urban: Le trovo estremamente importanti e formative, ad un certo momento. Servono per sviluppare il coraggio e per dare un fattore di realtà sulla tecnica. Per un uomo il primo combattimento è come per una donna la prima esperienza sessuale. E’ un’esperienza che ha la stessa importanza e che viene in egual modo esagerata prima dopo.

             Banzai: Potrebbe definire cos’è per lei il Kiai?

             Urban: Il Kiai è un elemento molto importante nel Karate e nelle Arti Marziali, e ne rappresenta il momento emotivo. Il Karate è movimento più emozione (motion + emotion) da cui si può capire l’importanza del Kiai. I giapponesi lanciano dei Kiai bellissimi; gli occidentali meno: è una questione di pigrizia. Spesso dico ai miei allievi che chi non è in grado di urlare in combattimento non è in grado di provare un vero orgasmo facendo l’amore e questo vale in modo particolare per le donne ma è anche per gli uomini. Si scandalizzano e mi accusano di «machismo» ma non me ne importa nulla. Non è raro vedere donne e anche uomini che rifiutano di urlare, per paura di chissà ché. Io, insegnando lavoro sull’intero corpo: esistono corpo e mente che sono temporanei e poi lo spirito che è universale. Non potrei concepirlo altrimenti. E’ come una macchina (il corpo e la mente) di cui lo spirito è proprietario e guidatore.

             Banzai: Maestro, cosa ne pensa dei vari movimenti di pensiero mistici che oggi prendono piede?

             Urban: Alcuni sono buoni, altri meno. Tutti possono aiutare qualcuno a trovare la sua strada. Non sono altro che delle strade: non ne esiste uno migliore. Nell’Universo non esiste nulla di unico, solo la matematica, che io definisco l’unico assoluto indifferenziato.

             Banzai: cos’è per lei quell’asciugamani che porta al collo?

             Urban: Sono contento che me l’abbia chiesto, perché questo, un semplice asciugamano per il sudore all’americana, come quello usato nel film Rocky (ma io l’ho adottato ben prima di Rocky) è per me il simbolo della mia religione, come per i Giapponesi un Hachimaki (il pezzo di tela che viene legato attorno alle fronte per impedire che il sudore cada sugli occhi). Significa che la mia via è anche fatta di sudore: Un americano non capirebbe un Hachimaki, ma capisce questo asciugamano: è come rimboccarsi le maniche e sputarsi sulle mani. Io mi sento come un prete Zen e questo è il mio simbolo. Sapete cosa deve fare uno col lavoro? ATTACCARLO! Sant’Agostino e Sant’Antonio credevano nella forza del lavoro: nella magia della scienza, questo asciugamano vuol dire questo; pianificare qualche opera e mettere in opera i propri piani.

             Poi, a parte i significati filosofici e a parte il fatto che serve benissimo per asciugare il sudore, il mio asciugamano è un’arma fantastica: lo posso usare come frusta, come un Kusari (catena appesantita) come un laccio o per estendere la mia capacità di bloccare.

mistificare, e ho cominciato a spiegare cose semplice e facili da capire. I miei risultati poi parlano per me.

             Banzai: Quali sono i suoi rapporti con Goegi Yamaguchi (il figlio maggiore di Gogen «Il Gatto» capo del GOJU e maestro di Urban. Attualmente Goegi ha la responsabilità degli U.S.A. per il Goju)?

             Urban: Non siamo mai andati molto d’accordo. Fra me ed il padre c’era una vera comunione, io ero il suo figlio spirituale e c’intendevamo molto bene. I figli erano un po’ «moderni» e si vergognavano del padre e del suo modo di pensare ed agire come un Samurai dei vecchi tempi: pensavano che fosse un po’ matto. Io ed il padre andavamo invece molto d’accordo, fino a quando, 5° dan Goju e 6° Budokai, ho deciso di accettare il mio destino, che era quello di tornare e portare la mia conoscenza nel mio paese.

             Quel giorno eravamo in un ristorante, io, il padre ed i figli, ed io gli ho esposto i miei desideri. Da considerare che ero già conosciuto nel mio paese, ed il mio libro «Karate Dojo» era stato pubblicato già in molti paesi (una delle prove richieste per il 6° dan Budokai è quella di aver pubblicato internazionalmente qualcosa sulle Arti Marziali).

             Dunque eravamo lì al ristorante quando sono stato informato da Gosen che secondo le regole del Bushido, un occidentale non poteva sperimentare il Nirvana, e quindi non avrebbe mai potuto mettersi la cintura rossa di caposcuola.